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Compianto del tempo

Ferro e sacchi di juta, 2011
Museo Civico Medievale
Cortile di Palazzo Ghisilardi Fava, Bologna
In occasione della mostra KINKU, 29 aprile-4 settembre 2011
(e poi fino all'11 dicembre 2011)

Continuando un percorso che nel 2010 aveva già legato l'archeologia alla land art sul campo in Turchia per comunicare in forme nuove i legami tra il sito archeologico e il suo ambiente, anche in occasione della mostra al Museo Civico Medievale si è voluto offrire un contributo attraverso un linguaggio visivo contemporaneo ed evocativo.
L'installazione comprende sei sagome in ferro ispirate ad alcuni motivi dei sigilli in mostra, datati tra 2400 e 1700 a.C. Il gruppo ricorda la tradizione dei Compianti scolpiti rinascimentali, di cui Bologna ospita alcuni tra gli esempi più alti nelle vicinanze del Museo: la figura centrale, femminile e con molte gambe o radici che la ancorano alla terra, ha il braccio destro alzato in corrispondenza di un astro con un ragno immobile e di un personaggio maschile che plana dolcemente o che si sta tuffando con grazia. Il braccio sinistro della donna punta invece verso il basso, su quel lato una figura umana stilizzata precipita e un'altra compie un gesto di disperazione. A terra lo scorpione, simbolo ctonio per eccellenza, rivolge la coda velenosa verso il lato dell'abisso, mentre le chele si aprono ad accogliere la parte celeste.
Questa dicotomia compositiva è riflessa nel movimento discendente da destra verso sinistra del gruppo, lasciato del colore naturale del ferro per suggerire la consistenza diafana di questi fantasmi traghettati dalle nebbie del tempo: il trattamento applicato non impedirà un lento arrugginirsi sottostante, che ricorderà l'azione distruttiva del tempo, la variabile cardine della ricerca archeologica, oltre che metafora della nostra vita.
Infine, un ultimo elemento di congiunzione tra arte e archeologia: i contrappesi sulle basi sono stati realizzati con gli stessi sacchi di juta che gli archeologi hanno usato nei loro parchi archeologici per bloccare l'erosione delle pareti di terra degli scavi.

Collocazione definitiva dell'opera

 

 

 

 

 

 

 

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Lungo i fiumi di Babilonia

Ferro dipinto e legno, 2011
Museo di Scultura Antica - Giovanni Barracco, Roma
dal 20 Luglio al 9 Ottobre 2011 (e poi fino al 15 gennaio 2012)

Ispirata a un rilievo assiro del VII secolo a.C. della Collezione del Museo Barracco, l'opera rappresenta una scena ricca di contrasti: il bambino che tende le braccia alla madre suggerisce la disposizione a uno scambio giocoso mentre la dolente figura femminile, con la testa rivolta all'indietro, che stringe una borraccia e un sacco semivuoto, testimonia l'avverso destino abbattuttosi sul popolo babilonese, costretto dal vincitore assiro a lasciare la propria terra lussureggiante, il cui emblema è la svettante palma, carica di frutti, al centro della scena.
Nello strazio della separazione forzosa dei babilonesi si legge la condizione dei migranti di ogni luogo e di ogni tempo che continua a interrogare le coscienze e con particolare urgenza in una realtà mediatica quale è la nostra.
Spetta all'arte catturare quelle immagini, che la quotidianità e la ripetizione rischiano di banalizzare, e conferire ad esse la capacità di coinvolgere lo spettatore, anche il più distratto, e provocarne la reazione: l'unico sentimento non ammesso è l'indifferenza.
A dare il titolo all'installazione è il primo verso del salmo 137 che richiama il grido di dolore degli Ebrei deportati a Babilonia dal re Nabucodonosor.
Le casse di legno grezzo su cui poggiano le sagome in ferro, in uso nei musei per la conservazione degli oggetti archeologici, alludono qui ai depositi di frammenti di passato sottratti alla distruzione del tempo.

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Still Leben. Forme plastiche di vita silente

Ferro, 2012
Hotel de Roussie, Roma
Installazione temporanea

La forma è già di per sé materia: il concetto di informe è estraneo alla materia, dalla struttura molecolare alle galassie tutto è forma, senza soluzione di continuità. La scultura, come segno di discontinuità nello spazio, non fa altro che reimmettersi in questo continuum, che è il sostrato della nostra realtà e che già il cubismo, moltiplicando i punti di vista, aveva reso molteplice e non più univoco. Di fatto però è solo la relazione con l'osservatore a rendere vivo un processo dinamico che sarebbe altrimenti solo meccanico: tutta la filosofia del Novecento discende dal principio di indeterminazione di Heisenberg e in una prospettiva postmoderna è solo la proiezione del nostro io a dare consistenza e verità a quanto esiste.
Forme plastiche di vita silente è la prima di una serie di installazioni che si propongono di esplorare questa relazione fondamentale: la forma percepita provoca un sussulto di co(no)sc(i)enza; nel movimento immobile si avverte il fremito della vita, la quale non è intorno a noi, è generata da noi.

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